Smart contract: caccia al disruptee

di Matteo Barni

Quando parliamo di disrupting innovation tendiamo sempre a vedere il lato positivo del fenomeno: una start-up di giovani talentuosi che propone nuove soluzioni “smart” e genera importanti utili in pochissimo tempo. Raramente ci soffermiamo sulla figura del disruptee, ovvero l’azienda che finisce fuori mercato a causa della disrupting technology di turno. Si tratta di un ruolo che nessuna impresa vorrebbe mai interpretare, ma la storia è piena di nobili esempi, basti pensare a Kodak e Blockbuster.

Oggi cercheremo di individuare una delle potenziali vittime della tecnologia blockchain (in particolare degli smart contract) e capire perché sulla graticola potrebbe finire una particolarissima tipologia di aziende, ossia quelle dei Depositari Centrali (o Central Securities Depository / CSD).

Per prima cosa spieghiamo cos’è un Depositario Centrale.

Fondamento dell’attività dei Depositari Centrali è l’obbligo di dematerializzazione ed accentramento dei titoli (azioni e obbligazioni), un obbligo, di natura normativa, che di fatto elimina i titoli cartacei e riserva l’attività di gestione accentrata a particolari soggetti autorizzati per legge, come ad esempio Monte Titoli (oggi Euronext Securities) in Italia oppure Euroclear e Clearstream in Europa.

Sappiate che quando comprate o vendete i vostri BTP o le vostre azioni non partite con una valigetta piena di titoli cartacei filigranati e carta-bollati, bensì date un ordine alla vostra banca e lasciate che siano i Depositari Centrali a definire e certificare, in ogni momento, il possesso dei titoli e quindi consentirne il trasferimento da un soggetto ad un altro.

Ora, proviamo ad evidenziare i due pilastri su cui poggia il modello di business dei Depositari Centrali.

  1. L’obbligo di accentramento: la legge impone che i titoli con ampia diffusione nel pubblico siano dematerializzati ed accentrati presso i Depositari Centrali, i quali agiscono quindi in una situazione di monopolio di fatto
  2. La fiducia: il sistema finanziario riconosce ai Depositari Centrali la capacità di gestire in maniera accentrata i titoli e le relative transazioni. Il soggetto accentratore assume quindi il ruolo di garante dell’intero sistema.

Qui la questione si fa interessante perché a ben vedere la caratteristica fondante della blockchain è proprio la sostituzione di un’entità-garante centrale con un registro distribuito tra i “partecipanti” del sistema. Gli smart-contract, per contro, non sono altro che righe di codice in grado di eseguire automaticamente una serie di clausole contrattuali. E cos’è un piano d’ammortamento di un’obbligazione se non una serie di clausole contrattuali in forma di cash flows?

In definitiva il sistema tradizionale è solido, ma con la recente approvazione del Regolamento EU “Pilot Regime” e l’italiano “DL Fintech” la situazione potrebbe evolvere rapidamente. Gli smart contract potrebbero acquisire quel “legal enforcement” che fino ad oggi è mancato. Inoltre, al momento, le soluzioni basate sulla blockchain sembrerebbero mostrare maggiore capacità di resilienza ad eventuali attacchi cyber.

Non è quindi difficile immaginare uno scenario futuro in cui i titoli circoleranno sulla blockchain in forma di smart contract, regolando i cash flows senza necessità di alcun intervento umano.

Come sempre succede quando ci sono importanti evoluzioni tecnologiche, gli operatori di mercato ed in primis i Depositari Centrali si troveranno necessariamente davanti alla sfida di cambiare pelle ed evolvere il  modello di business per evitare che il buon Satoshi Nakamoto (l’inventore del bitcoin, ndr) faccia fare loro la fine del disruptee.