La moneta del futuro

Lo scorso 9 dicembre, la Procura di Milano ha contestato a Meta l’omessa dichiarazione di 3,9 miliardi di euro tra il 2015 e il 2021 e il relativo pagamento di quasi 900 milioni di euro di IVA, accusandola di frode fiscale. I magistrati milanesi sostengono che i social network di Meta non siano gratuiti, bensì “pagati” dagli utenti attraverso i loro dati personali, una posizione già confermata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, dal Tar Lazio e dal Consiglio di Stato. Di conseguenza, i dati relativi alla profilatura degli utenti assumono una rilevanza finanziaria, fiscale e monetaria in quanto utilizzati per scopi commerciali. Senza esprimere giudizi sulla vicenda, è significativo notare come si ipotizzi, per la prima volta, che un “Valore Aggiunto” di natura fiscale possa essere prodotto dai dati.

Questa notizia apre profonde riflessioni, principalmente su due fronti (tralascio l’importante questione sulla privacy di cui si è molto discusso):

Il ruolo del dato in azienda

Nel 2006, il matematico inglese Clive Humby ha coniato la frase “I dati sono il nuovo petrolio”, rivelando un’intuizione che solo ora si sta pienamente realizzando. Inizialmente i dati erano considerati fondamentali per prendere decisioni informate da parte del management. Successivamente è emerso il concetto di “data monetization”, legato alla capacità di generare fatturato aggiuntivo o incrementare l’efficienza. Oggi i dati rappresentano un asset cruciale anche per misurare la reputazione aziendale, prevedere comportamenti, anticipare bisogni e ridurre errori.

In sintesi, il valore dei dati sta superando quello del denaro tradizionale.

I cambiamenti nella società

La prima riflessione conduce inevitabilmente a una seconda. Negli ultimi decenni, tecnologia, aumento della produttività e migliori condizioni di salute hanno generato benessere diffuso. Probabilmente siamo giunti a un punto in cui gli aspetti economici rimangono importanti, ma vengono affiancati da elementi altrettanto significativi. Abbiamo già discusso del valore dei dati; un altro fattore rilevante è il tempo.

Recentemente, ho visto il film (“In Time” con Justin Timberlake) in cui la principale moneta di scambio non era il denaro, ma il tempo. Pur senza arrivare a questo estremo, oggi il tempo sta diventando sempre più prezioso. Ad esempio, nei colloqui di lavoro, le nuove generazioni considerano il tempo (smart working, week end) una variabile importante, spesso più della retribuzione. Con ciò non desiderano lavorare di meno, ma perseguono l’obiettivo di migliorare la qualità della loro vita. Lo stesso vale per la salute, con una propensione crescente alla spesa per vivere meglio e più a lungo.

In definitiva, non solo l’ambiente lavorativo diventa sempre più complesso da interpretare, ma anche i cambiamenti all’interno della società. Come ho evidenziato in un recente articolo, stiamo passando da un mondo dominato da computer a impulsi elettrici binari (i/o) ad uno caratterizzato dai computer quantistici. ll computer quantistico, quando deve decidere un percorso, non simula ogni traiettoria, una per una, come quelli classici, ma mantiene in sovrapposizione, attraverso un calcolo probabilistico, un insieme di stati che rappresentano tutte le traiettorie possibili, aumentando la capacità di simulazione e riducendo di molto la complessità del calcolo. Anche noi dovremo imparare a gestire l’incertezza, a prendere in considerazione molteplici fattori, alcuni dei quali profondamente diversi dal passato.

Comprendere questa complessità è fondamentale. E l’intelligenza artificiale potrà esserci utile solo per gestirla, non per comprenderla.

Maurizio Petronzi