
Atto I
Tilio era il giardiniere del re.
Aveva visto cose. Da giovane aveva camminato per anni, lontano, e quando era tornato non parlava molto. Ma sapeva.
Sapeva, per esempio, che il vento di agosto non era più quello di una volta. Lo sentiva sulla pelle prima che sulle foglie. Sapeva che gli inverni si stavano accorciando di una settimana ogni dieci anni. Sapeva che un giorno sarebbe arrivata una grande siccità. Non lo aveva letto da nessuna parte. Lo sapeva, e basta.
Per questo Tilio piantava querce.
Il giardino del re era enorme. C’erano le insalate da raccogliere ogni settimana, i fiori da mandare al mercato, le fontane da regolare, i parassiti da scovare.
E poi c’erano le querce. Ai bordi, dove nessuno guardava. Crescevano piano. Tilio le piantava sapendo che non le avrebbe viste mature.
Le faceva entrambe le cose, Tilio. Le insalate e le querce. Il presente e il futuro.
Le faceva, ma — ed era questo il punto — non le faceva bene tutte e due.
Tilio era uno solo. Il giardino era tanto.
Atto II
Una mattina di primavera arrivò un carro coperto da un telo rosso. Sotto il telo c’era Il Congegno.
Aveva ruote, e specchi, e un cuore di rame che pulsava piano. Aveva braccia sottili che terminavano in pinzette delicate, occhi di vetro che misuravano la luce, e un tamburo interno che girava su sé stesso, e ogni giro era un calcolo. Era bellissimo, in un modo che Tilio non aveva mai visto prima.
Il Congegno cominciò a calcolare. Le rese, le semine, l’irrigazione, i parassiti. Era preciso. Era veloce. Le insalate non erano mai state così belle.
Ma una notte, vicino al bosco, Il Congegno sradicò tre piantine di quercia. Le mise da parte ordinatamente, e accanto al mucchio una targhetta di metallo riportava una sola parola: inefficienti.
Tilio le ripiantò. In silenzio.
E così cominciò la guerra. Tilio piantava il futuro. Il Congegno difendeva il presente. Nessuno dei due capiva l’altro.
La guerra durò poco, perché una notte Tilio si addormentò nella serra. Era stanco come non lo era mai stato. Non era stanco delle insalate, non era stanco delle querce. Era stanco della guerra.
E sognò.
Sognò il giardino tra cinquant’anni. Sognò le querce alte, le chiome larghe, l’ombra fitta. Sognò la siccità che sarebbe arrivata, e sognò il giardino del re che resisteva. Ma sognò anche un’altra cosa. Sognò le insalate di quell’anno, e dell’anno dopo, e dell’anno dopo ancora. Sognò il regno che mangiava, che viveva, che cresceva.
Si svegliò all’alba. E aveva capito due cose. Non una. Due.
La prima era che Il Congegno non era il suo nemico.
La seconda era che lui non era il nemico del Congegno.
Il vero nemico era stato un altro, per tutto quel tempo. Era la confusione. Lui aveva cercato di fare anche il lavoro del Congegno, e per questo non riusciva più a vedere lontano. Il Congegno aveva cercato di giudicare anche il lavoro di Tilio, e per questo distruggeva ciò che non capiva.
Tilio si alzò. Disse, piano, una cosa che non aveva mai detto prima.
— Quando ho smesso di calcolare, ho ricominciato a vedere.
Lo disse a sé stesso. Ma era come se l’avesse detto a tutto il giardino.
Atto III
La mattina dopo, andò dal Congegno.
— Potrei fare i tuoi calcoli — disse Tilio. — Li ho fatti per anni. Ma se li faccio io, non ho più tempo per camminare. E senza camminare, smetto di sentire.
Il Congegno girò il tamburo. Una volta. Due volte.
— E io potrei provare a immaginare — disse la voce sottile, di metallo. — Ma immaginerei male. Perché immagino solo ciò che ho già visto.
— Allora facciamo un patto — disse Tilio.
— Ognuno fa quello che sa fare meglio — disse Il Congegno.
— Ognuno fa quello che sa fare meglio — ripeté Tilio.
E così fu.
Una sera Tilio tornò da una camminata nelle valli vicine, e si fermò davanti al Congegno.
— I vecchi mi dicono che le api stanno cambiando rotta — disse. — Vanno verso nord, ogni anno un po’ di più. Tra dieci anni, qui, ci sarà meno polline.
Il Congegno tacque per un poco. Poi disse:
— Posso ricalcolare le semine. Posso scegliere fiori che non hanno bisogno delle api per impollinare. Posso preparare il giardino prima che il problema arrivi.
Tilio annuì.
Un’altra mattina fu Il Congegno a chiamare Tilio. La sua voce di metallo aveva una nota nuova, quasi di scoperta.
— Ho misurato l’umidità del terreno per dieci anni — disse. — C’è un’area, ai margini del bosco, dove l’acqua resta più a lungo. Non so perché. Ma è così.
Tilio andò a vedere. Camminò sull’area. Si chinò. Toccò la terra. Annusò.
Poi sorrise. Era la prima volta, da molto tempo, che sorrideva.
— È qui che pianterò le querce più importanti — disse. — Tu hai trovato il dato. Io so cosa significa.
Da quel giorno il giardino non fu più due giardini. Fu uno solo.
Atto IV
Passarono gli anni. Decenni.
Arrivò la siccità che Tilio aveva visto.
Arrivò come lui aveva sognato. I giardini degli altri regni seccarono in una stagione. Ma il giardino del re tenne. Tenne perché le querce — ormai alte, con le chiome larghe — facevano ombra sulle colture. Tenne perché negli anni precedenti Il Congegno aveva fatto crescere insalate forti e frutteti sani, e il regno aveva avuto le riserve per resistere.
Tenne perché ognuno aveva fatto la sua parte. Ma soprattutto tenne perché, negli anni, le due parti si erano parlate.
Una sera Tilio si sedette davanti al Congegno, come faceva da sempre.
Il sole tramontava sulle querce.
— Ti ricordi quando ho cercato di sradicare le tue querce? — disse Il Congegno.
— Mi ricordo — disse Tilio.
— Pensavo di sapere tutto del giardino.
— Anch’io — disse Tilio.
Il tamburo del Congegno girò piano, una volta sola.
— Conoscevo ogni foglia del giardino — disse. — Non conoscevo il disegno.
— E quando ho smesso di calcolare — disse Tilio — ho ricominciato a vedere.
Restarono in silenzio.
— Il giardino è bello — disse Il Congegno.
— Il giardino è bello — disse Tilio — perché nessuno di noi due, da solo, avrebbe saputo farlo così.
Maurizio Petronzi · Favole per tempi algoritmici

