I due fratelli e il Congegno

I due fratelli e il Congegno — Favole per tempi algoritmici

Favole per tempi algoritmici — n. 2


Atto I. Il re e i due figli

Il re aveva freddo alle mani da tre mesi. Aveva capito.

Aveva due figli, e una macchina. La macchina l’aveva fatta un artigiano vecchio, di quelli che parlano da soli mentre lavorano. Rame e specchi. Un cuore che faceva un rumore piano, dentro. L’artigiano, prima di morire, ne aveva costruita una seconda. Identica. Non aveva mai detto perché.

I due figli si chiamavano Ranieri e Lamberto.

Ranieri ci pensava, prima di rispondere. Lamberto aveva sempre la risposta pronta. Il padre li guardava, certe sere, e gli veniva un pensiero che non riusciva a finire.

Decise di non scegliere.

Il regno era grande, c’era un fiume in mezzo. Tagliò lungo il fiume. A Ranieri l’est. A Lamberto l’ovest. E a ciascuno una macchina.

Li chiamò una sera. Disse poche parole, perché non aveva più voce per le frasi lunghe.

— Vi lascio lo stesso regno. La stessa macchina. Quello che ne farete, sarà vostro. Una macchina così vive di quello che le portate. Trattatela bene. Vi tratterà bene.

Morì quella notte.

I due fratelli tornarono alle loro città. Nessuno dei due, in quel momento, pensava male.


Atto II. Le due scelte

Ranieri, a est, mise la macchina nella piazza grande. La lasciò lì, all’aperto.

— È pericoloso — gli dissero.

— Lo so — disse Ranieri.

Andò in piazza e disse una cosa sola: “I conti. Le copie. Le previsioni dei venti. Lasciatele fare alla macchina. Che gli uomini facciano altro.”

Cominciò così.

Un ragazzo volle fare un mulino in un’ansa del fiume dove tutti, da generazioni, dicevano che non si poteva. La macchina gli mostrò perché si poteva. Il ragazzo costruì il mulino. Quando finì, lasciò il suo disegno alla macchina.

Una donna curava le partorienti. Ne moriva una su cinque, e nessuno sapeva perché. Lo chiese alla macchina. La macchina mise insieme la sua domanda con quello che sapeva un medico di un porto lontano — un uomo che da quarant’anni si lavava le mani prima di toccare le madri, e che nessuno aveva mai ascoltato. Anche la donna, quel giorno, si lavò le mani. Nella sua valle, poco a poco, le madri smisero di morire.

Un pescatore gettava le reti dove le aveva sempre gettate suo padre. La macchina lo fece sedere — per così dire — accanto ad altri pescatori che lui non avrebbe mai incontrato. Parlarono di venti e correnti. Imparò un nodo nuovo. Mise tutto insieme, tirò la rete, e non fu una cattiva pesca. Tornando a riva, lasciò alla macchina quello che sapeva degli scogli del suo tratto di fiume. Perché qualcuno, da qualche parte, ne avrebbe avuto bisogno.

Le cose nuove, a est, cominciarono a chiamarsi tra loro.

Lamberto, a ovest, fece la cosa che a lui sembrò ovvia. Una macchina così preziosa va custodita. La portò nel palazzo. La mise in una sala alta, con guardie alle porte. Solo lui e i suoi savi potevano entrare. Non lo fece per cattiveria. Lo fece per efficienza.

E in effetti, all’inizio, funzionò. La città di Lamberto prosperò in fretta. I granai si riempirono. Le strade si lastricarono. I mercanti venivano da lontano.

Era una bella città. Tutti dicevano che era una bella città.

Una sera d’estate, due piazze.

A est, voci. Qualcuno faceva qualcosa che il giorno prima non sapeva fare. Qualcun altro sbagliava, e rideva di sé.

A ovest, ordine. Gente che passava, salutava, tornava a casa. Tutto funzionava. Era bellissimo.

Era silenzioso.

Lo stesso regno. La stessa macchina. Due strade diverse.


Atto III. Il tempo lungo

Passarono molti anni.

A est, Ranieri era morto. La gente lo ricordava poco. Era forse la cosa migliore che gli era capitata.

La sua città, ormai, andava avanti da sé.

Il mulino del ragazzo era stato copiato in tre punti del fiume, e ogni volta cambiato. La donna delle partorienti era diventata maestra di altre cento. Il pescatore era morto, ma i suoi nodi viaggiavano su barche che lui non avrebbe mai visto.

E intanto, ogni anno, arrivavano alla macchina cose nuove. Errori che diventavano lezioni. Lezioni che diventavano modi. Modi che diventavano altri errori. Era una cosa che non si fermava.

La macchina, a est, era diventata di tutti.

E quindi era diventata di più.

A ovest, gli stessi anni.

Lamberto era morto. Dopo di lui aveva regnato suo figlio, e dopo ancora suo nipote. La macchina era ancora nel palazzo. Più potente. Più precisa. Erano arrivate anche piccole macchine satelliti, nelle case dei cittadini. Cucinavano. Contavano. Ricordavano. Tutti avevano qualcosa. Nessuno aveva tanto.

A che serve — dicevano i giovani — se la macchina sa già tutto.

E nel palazzo, una cosa più strana.

La macchina, interrogata sempre dagli stessi venti uomini, dava risposte che si assomigliavano. Le domande erano sempre le stesse. I problemi erano sempre gli stessi. Nessuno, da fuori, le portava più niente.

La macchina rimestava sui pensieri di ieri.

Una notte d’estate, un consigliere si avvicinò al re-nipote di Lamberto. Disse una frase sola.

— La macchina ha fame, mio signore. E noi non abbiamo più niente da darle.

Il re-nipote non capì subito.

Capì dopo. Tardi.

Lo stesso regno. La stessa macchina. Due popoli diversi.


Atto IV. Il confine

Il fiume, in certi punti, era stretto.

C’era un vecchio, sulla riva, che pescava da quarant’anni. Aveva visto le due città cambiare. Da giovane non capiva la differenza. Ora la sentiva nell’aria — di mattina, a est, c’erano voci. A ovest, no.

Una sera d’autunno, sulla riva ovest, c’era un uomo da solo che guardava l’acqua. Era vestito bene. Era fermo da molto.

Il vecchio passò, con il cesto.

L’uomo non si voltò. Disse, senza guardarlo:

— Voi che vivete qui. Lo vedete il confine?

Il vecchio si fermò. Ci pensò. Non era abituato a domande così. Ma la risposta gli venne semplice, come vengono certe cose alle persone semplici.

— Il fiume non è il confine, signore. Il confine è tra chi alla mattina ha qualcosa da fare, e chi alla mattina trova tutto già fatto.

L’uomo non rispose. Restò a guardare l’acqua finché non scese il buio.

Il vecchio, prima, se ne andò.

L’indomani, sulla riva ovest, l’uomo non c’era più.

Lo stesso regno. La stessa macchina. Due destini diversi.

Il fiume non era il confine.

Non lo era mai stato.


Maurizio Petronzi · Favole per tempi algoritmici