
Favole per tempi algoritmici — n. 3
Atto I. La cucina di Marta
A Monteluce, quando non sapevi cosa fare, andavi da Marta.
Non perché Marta sapesse le risposte. Andavi perché Marta aveva una cucina con il fuoco sempre acceso e la porta mai chiusa, e perché in quella cucina le cose che portavi dentro diventavano più facili da guardare. Non più facili da risolvere. Più facili da guardare.
Così era sempre stato.
Poi era arrivato il Congegno.
Adesso a Monteluce quando non sapevi cosa fare chiedevi al Congegno. Veloce, preciso, paziente come nessun uomo riesce a essere. Rispondeva sempre. Non lasciava mai una domanda sospesa. E le risposte erano buone — bisogna dirlo — erano ragionate, sensate, difficili da contestare.
La cucina di Marta era ancora lì.
Il fuoco era ancora acceso.
Ma la porta, ultimamente, restava chiusa più a lungo.
La stessa cucina. Lo stesso fuoco.
Atto II. La risposta giusta
Neri aveva diciannove anni e una decisione già presa.
Aveva chiesto al Congegno tre settimane prima. Gli aveva raccontato tutto — il mercante che cercava qualcuno di fidato, la rotta verso nord, i guadagni, le prospettive. Il Congegno aveva ascoltato e risposto senza esitare. Gli aveva detto che l’opportunità era solida, che i rischi erano gestibili, che aspettare avrebbe significato perdere. Gli aveva detto di andare.
Neri aveva riletto la risposta più volte.
Era giusta. Lo sapeva. Era tutto lì, ordinato, chiaro, difficile da contestare.
Eppure quella mattina si era ritrovato davanti alla porta di Marta senza sapere bene perché. Non cercava un’altra risposta — la sua ce l’aveva già. Forse voleva solo salutarla. Forse voleva sentirsi dire che aveva scelto bene.
Marta aprì prima che bussasse.
Lo guardò un momento sulla soglia.
— Entra — disse. — Il fuoco è acceso.
Neri entrò. Si sedette. Tenne le mani sul tavolo come chi non sa dove metterle.
— Parto — disse. — Con il mercante Aldino. Verso nord.
Marta non disse niente. Versò qualcosa in due tazze. Si sedette dall’altra parte del tavolo.
— E cosa lasci? — disse alla fine.
Neri aprì la bocca. La richiuse.
Non era una domanda che il Congegno gli aveva fatto.
La stessa cucina. Lo stesso fuoco.
Una domanda che nessuno aveva fatto.
Atto III. Il cammino verso la risposta
Neri restò seduto a lungo.
Marta non parlava. Non riempiva il silenzio. Lo lasciava stare lì, pesante e necessario, come si lascia raffreddare il pane appena sfornato.
— Lascio mia madre — disse Neri alla fine. — Lascio mio fratello Bindo. Lascio il campo che mio padre ha dissodato per vent’anni.
Marta annuì.
— E?
Neri la guardò.
— E cosa?
— Cos’altro lasci?
Neri rimase in silenzio. Fuori passò qualcuno, dei passi sul selciato, poi niente.
— Lascio quello che potrei costruire qui — disse piano. — Se provassi.
Non lo aveva mai detto ad alta voce. Non lo aveva mai pensato in quelle parole esatte. Era rimasto da qualche parte sotto, coperto dalla risposta ordinata e sensata del Congegno.
— Il mercante Aldino è una buona opportunità — disse Marta. Non era una domanda.
— Sì — disse Neri. E poi, come a difendersi: — Il Congegno ha ragione. Ho controllato, ho riletto. I conti tornano, tutti.
— Lo so — disse Marta.
— E allora perché me lo chiedi?
Marta non rispose. Lo guardò soltanto, e la domanda restò lì, sul tavolo, tra le due tazze.
Neri rimase fermo.
Il Congegno gli aveva detto che l’opportunità era solida. Che i guadagni erano buoni. Che aspettare avrebbe significato perdere. Tutto vero. Tutto misurabile.
Ma non gli aveva chiesto di Bindo. Di come rideva, al tramonto, per qualcosa di stupido.
— Ne sei sicuro? — disse Marta alla fine. — Di andare.
Lo chiedeva senza sfida, con la voce di chi ha tutto il tempo del mondo.
— Forse no — disse piano.
Sotto, qualcosa aveva cominciato a muoversi. Una crepa nel ghiaccio.
Marta non disse niente.
Non serviva.
La stessa cucina. Lo stesso fuoco.
La domanda giusta non aveva risposta ancora.
Atto IV. La porta aperta
Neri uscì dalla cucina di Marta che era quasi sera.
Non aveva una risposta diversa. Aveva qualcosa di più difficile — una domanda che era sua, finalmente sua, che nessuno gli aveva consegnato già risolta.
Il giorno dopo non andò dal mercante Aldino.
Andò al campo di suo padre. Stette lì un’ora senza fare niente, a guardare la terra. Poi tornò a Monteluce e bussò alla porta di un uomo che aveva un progetto fermo da anni per mancanza di qualcuno che ci credesse insieme.
Bisogna dirlo: non sapeva se avrebbe funzionato.
Marta lo vide passare dalla finestra. Non disse niente.
Quella sera lasciò la porta aperta più a lungo del solito.
Venne qualcuno. Poi un altro.
Non tutti avevano domande grandi. Alcuni avevano solo bisogno di stare seduti vicino al fuoco con qualcuno che non rispondeva subito.
Monteluce era ancora lì.
Il Congegno anche.
E Marta teneva il fuoco acceso — per chi sentiva ancora che la distanza tra la domanda e la risposta non era un problema da risolvere.
Era il cammino.
La stessa cucina. Lo stesso fuoco.
La porta, quella sera, era aperta.
Maurizio Petronzi · Favole per tempi algoritmici

